L’ e-waste nel mondo: un reportage

Le foto di Valentino Bellini su rifiuti elettronici sono insieme drammatiche ed affascinanti: con il Progetto Bitrot questo fotografo documentarista freelance che vive tra Berlino e Palermo ha voluto documentare movimenti internazionali di e-waste, fornendo la prova del commercio illegale e dello smaltimento di questi rifiuti e raccontando le storie di coloro che sono coinvolti, ma sottolineando anche alternative verdi e sostenibili che in molti paesi sono già state adottate.

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I rifiuti elettrici ed elettronici (e-waste) stanno crescendo più velocemente di qualsiasi altro tipo di rifiuto. Con un volume annuo che va dai 40 ai 50 milioni di tonnellate, secondo l’UNEP – United Nations Environment Program, la crescente quantità di rifiuti elettronici potrebbe aumentare in modo esponenziale, fino a 500 volte nel corso del prossimo decennio, soprattutto in paesi come India, Cina e alcune regioni africane, dove le industrie tecnologiche sono in rapida crescita.

Si tratta di rifiuti tossici, contenenti decine di sostanze pericolose per la salute umana e per l’ambiente che richiedono processi costosi per riciclarli, e sono difficili da smaltire in modo sostenibile. Questo è il motivo per cui circa l’80 % dei rifiuti elettronici prodotti in paesi sviluppati (Nord America ed Europa, in cima alla lista) non è smaltito in sito, ma spedito, il più delle volte illegalmente, ai paesi in via di sviluppo su navi da carico, dove anche lo smaltimento segue vie illegali.

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La convenzione di Basilea, adottata il 22 marzo 1989 ed entrata in vigore il 5 maggio 1992, stabilisce le regole per il controllo a livello internazionale dei movimenti transfrontalieri di rifiuti pericolosi e del loro smaltimento, compresi i rifiuti elettrici ed elettronici. Tuttavia, nonostante questo, i regolamenti internazionali non sono abbastanza efficaci per combattere le organizzazioni criminali che traggono grande profitto dal trasferimento dei rifiuti.

Questa ricerca si concentra sul consumismo estremo della società in cui viviamo: una società che tiene in ostaggio moderni schiavi, costretti a vivere e lavorare in condizioni a dir poco nocive per la salute e che, allo stesso tempo, è ostaggio di se stessa, sempre alla ricerca di prodotti tecnologici e innovativi per soddisfare il proprio bisogno di essere veloci e competitivi.

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