Caffè in Campo, verso la strategia “zero rifiuti”

Floreale, agrumato, fruttato, vanigliato. I cultori del caffè sanno quante varianti può avere l’aroma di questa bevanda diffusa in tutto il mondo. Pochi invece sanno che, una volta bevuto, il caffè continua a essere una risorsa preziosa. Quella polverina ormai macinata e intrisa d’acqua – il fondo del caffé – che per molti ormai non ha altro destino che il cestino della spazzatura, se ben differenziata, può diventare una vera e propria risorsa, soprattutto nelle aree agricole.

Il progetto “Caffè in campo” punta a creare legami fra i cittadini, attraverso la creazione di una rete di saperi, bisogni e tradizioni aiutando le comunità a differenziare meglio i rifiuti organici in modo che possano diventare non un costo, ma una risorsa. In che modo? Imitando la natura, che non spreca nulla. E attivando un nuovo tipo di economia circolare, che riesce a trasformare ciò che in un determinato contesto è uno scarto, in una risorsa.

Se osserviamo i sistemi naturali scopriamo che ciò che è tossico per un organismo di un regno è nutrimento per un organismo di un altro regno. Si tratta di un approccio di sistema dove nulla si spreca e tutto si riusa e rigenera. Se applichiamo questa idea al nostro progetto potremmo dire che gli output (ovvero gli scarti) di un determinato territorio, per esempio le nostre città, possono diventare input per un altro territorio, per esempio la campagna.

Insomma, quelli che finora abbiamo chiamato rifiuti non necessariamente lo sono per tutti. Ciò che è un rifiuto per qualcuno può diventare risorsa per qualcun altro, in un contesto differente. Un esempio sono proprio i fondi di caffè, che possono diventare ottimi fertilizzanti e in questo modo diminuire l’uso di concimi chimici che impoveriscono sempre di più le nostre terre.

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